AMO ME STESSA

La bellezza di una donna non è meritevole, ma è meritevole saperla mettere sempre e comunque in secondo piano rispetto ciò che ondeggia fra la nostra mente, il nostro cuore, il nostro criterio.
Ora mi guardo, osservo questa foto e mi commuove quell’agiatezza dei miei pensieri, percepisco un’aura di serenità, di maturità, mi piace quella dose di malinconia, di consapevolezza. Mi piace l’onesta comprensione che la felicità non esiste se non in dosi così minuscole che ricercarle costa più fatica che viverne senza.
Amo il mio modo di sentirmi femminile, erotica . Amo tutti gli errori che ho nel cuore che mi hanno portata ad essere migliore, che hanno contaminato la mia intelligenza e la mia empatia. Amo avere una storia alle spalle, avere esperienze, avere pensieri. Amo avere un passato.
Ho imparato a rincominciare ogni giorno tutto da capo perché solo così la propria anima si assottiglia fino a diventare un cristallo talmente puro da farci esplodere il cuore di immensa speranza in uno mondo ormai perso, consunto, alterato, immorale.

LA DECADENZA


Viiviamo in una società in piena fase di decadenza, sia sociale che economica, è assodato, e l’amore è il primo valore ad esser decaduto. Come?
Il decadimento sociale è caratterizzato da un progressivo assottigliamento della piramide dei valori condivisi. Siamo a un punto per cui l’amore romantico esiste solo nelle serie TV americane e Coreane ed è completamente recitato ispirandosi alle tracce di amore delle opere letterarie e teatrali di 100 anni prima.
Gli stessi attori che recitano le parti più romantiche non sanno nemmeno cosa sia il sentimento.
E attenzione: non è colpa delle serie TV se siamo diventati ignoranti a livello di educazione sentimentale. Le serie TV di scarso contenuto sentimentale sono successive al decadimento della società. La TV ci propina (in ritardo) quello che vogliamo vedere.
I social invece sono precursori, ovvero manifestano in anticipo i cambiamenti della società. Nei social già da tempo si professa la mercificazione del sesso totale ad opera delle stesse donne; la sessualizzazione delle adolescenti e pre-adolescenti; la confusione tra sesso e amore.
Nel linguaggio iper-giovanile non si dice più “mi piace quello” o “quella”: si dice “crush“.
“Avere un crush” significa “avere una cotta” per qualcuno, ma questa “cotta” è composta quasi unicamente di istinti sessuali.
Una persona sensibile e tendenzialmente romantica inserita in un contesto come quello che stiamo vivendo ormai dai primi anni 2000 si sente sola, isolata, strana: si sente spaventata dal dover interagire con gli altri in modo così “freddo” e “poco romantico” e “meccanico”.

UN AMICO RACCONTA

Kurt lavora per un appaltatore delle forze armate tedesche. Ovvero… in realtà è dipendente di un appaltatore di un appaltatore di un appaltatore delle forze armate tedesche. Ecco come descrive il suo lavoro: “L’esercito tedesco dà in appalto il lavoro informatico (IT). L’azienda di IT ha un appaltatore che si occupa della sua logistica. L’impresa di logistica ha un appaltatore che segue la gestione del personale, e io lavoro per quest’ultimo. Ipotizziamo che il soldato A si sposti in un ufficio due stanze più in là lungo il corridoio. Invece di trasportare semplicemente il suo computer con sé, deve compilare un modulo. L’appaltatore di IT prende il modulo, che qualcuno leggerà e approverà, per poi inoltrarlo all’impresa di logistica che dovrà quindi approvare lo spostamento nel corridoio e chiederà a noi qualcuno del personale. Gli impiegati della mia azienda fanno quel che devono, e a questo punto entro in scena io. Ricevo un’email: «Presentati alla caserma B alle ore X». In genere queste caserme si trovano tra i 100 e i 500 km di distanza da casa mia, perciò noleggio un’auto. Salgo in macchina, guido fino alla caserma, do comunicazione all’ufficio che sono arrivato, compilo un modulo, scollego il computer, lo metto in una scatola, la chiudo, faccio portare a un tipo dell’impresa di logistica la scatola nella stanza accanto, dove apro la scatola, compilo un altro modulo, ricollego il computer, informo l’ufficio del tempo che ci ho messo, mi faccio rilasciare un paio di firme, riporto a casa l’auto noleggiata, spedisco una lettera all’ufficio con tutta la documentazione, quindi vengo pagato. Così, invece del soldato che trasporta il suo computer per 5 metri, ci sono 2 persone che guidano per 6-10 ore complessive, riempiono circa 15 pagine di scartoffie e sprecano 400 euro buoni di soldi dei contribuenti.»

DOMENICA MATTINA

Domenica mattina. Appena sveglia, come di consueto, apro la porta di casa. I “ragazzi” escono a perlustrare il territorio per sapere chi ci ha visitato stanotte ed io saluto il nuovo giorno facendomi abbracciare dal bosco.
Il  silenzio ci circonda. Rimango, turbata, in ascolto: nessun cinguettio, né rumore di foglie smosse nel sottobosco, né bramiti di caprioli, nessuno scalpiccio di scoiattoli sugli alberi, persino i cani della vallata sono muti.
Affino i sensi per cercare di comprendere cosa sta accadendo: temporale? terremoto? Le mie domande trovano presto risposta in uno sparo che echeggia e rimbomba. La stagione di caccia è iniziata.
La mia animalità si fonde con tutte le animalità della selva e percepisco in completa interezza il significato di questo silenzio assordante.  Siamo in allerta, impauriti, spaesati, pronti alla fuga, in ascolto, concentrati, frastornati, braccati.
Trascorre il tempo ed in tarda mattinata l’invasione delle doppiette allenta la morsa. Timide apparizioni annunciano la ripresa dell’armonia; uno scoiattolo salta sui rami più alti e le voci del bosco iniziano a dialogare.
Il mio micro-mondo selvatico si sta riprendendo e siamo tutti più sollevati; questo luogo magico mi insegna a resistere perché, se pur infettato e violato dagli umani, prosegue il suo cammino e si rigenera ad ogni attacco. Ma per quanto ancora riusciremo a difenderci?
Perdonaci Madre Natura. Perdona noi stupidi bipedi per aver irrimediabilmente perso il senno e noi stessi.”

IMPAURITI

il canarino è felice,
è nella sua gabbia,
il padrone gli fornisce cibo,
acqua e sicurezza,
che bella vita,
non deve preoccuparsi di nulla,
nemmeno della libertà,
perché devo rischiare là fuori?
pensa il canarino,
qui dentro ho tutto,
sono al sicuro tra gli umani.
Molti assomigliano al canarino,
vogliono essere al sicuro,
dotati di tutti i comfort,
amano la dipendenza,
sono servi volontari,
e sono impauriti dalla Libertà

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA MANCATO

Cose che capitano. Uscire dall’ufficio. Recarsi alla fermata della metropolitana. Aspettare. Salire sulla prima che passa. Stare in piedi in mezzo a tanta gente. Gente che suda. Gente che ti soffia sul collo. Gente vestita bene che non si lava. Gente che parla del tempo. Gente che sventola una rivista per rinfrescarsi e dice: “Ma siamo a Novembre o ad Agosto?”. E poi ci sono gli imprevisti. Il piccolo ritardo. La coincidenza persa. Il guasto che ti costringe a scendere. “Ci scusiamo per il disagio”. La metropolitana è fuori servizio. Bisogna prendere un mezzo sostitutivo. Sei circondato da troppi viaggiatori che vanno tutti nella stessa direzione. Cerchi di salire su un autobus. Ti dicono di non insistere perché le porte non si chiudono. Tranquilli, ne passa un altro tra dieci minuti. Eccolo. Niente da fare, non va dalle tue parti. L’ennesima attesa. L’ennesimo autobus. Questa volta sali. I ragazzi con lo zaino. Il caldo che ti scioglie. Il tizio che chiude il finestrino. Dice che gli spifferi gli fanno venire la broncopolmonite. Le litigate. Il mal di testa, Padre Pio che si toglie le bende e mostra a tutti le stimmate. Ah, no, è un’allucinazione. Torni alla realtà. Sei ancora in piedi, in mezzo alla folla pressata in un autobus, dopo una giornata estenuante di lavoro. Arriva la tua fermata. Scendi. Ti allontani dalla fermata come un automa. Raggiungi la tua abitazione, bevi un bicchiere di latte di cocco, butti giù un’integratore alimentare, prendi e ti stendi sul divano senza energie. Scegli uno dei tanti libri da finire.. Decidi che è arrivato il momento di rilassarti. Ma sei talmente stordita che fai confusione. Mescoli alcuni nomi, non ti ricordi bene la trama. Alla fine lo posi sul tavolino. Arriva il tuo gatto persiano e si struscia. Ma non puoi finire cosí la giornata,ti devi sfogare. Apri twitter e con indignazione scrivi: “È una vergogna. Non funziona niente. I mezzi pubblici fanno schifo. Per cosa paghiamo il canone Rai? Si sono rubati la partita”. Non ha senso, ma nessuno ci fa caso. Sono tutti stanchi. Ottieni 30 retweet sulla fiducia. Ti sei sfogata ma ora ti arrivano le ultime news: ONG. Salvini. Giorgia Meloni. Piantedosi che prende in mano la situazione. Ah no, è un’allucinazione. Sei stanca. Hai bisogno di riposo. Fin qui sono esattamente come te. Ho vissuto la tua stessa esperienza, ma magari tu eri in mezzo al traffico e hai visto Gesú e non Padre Pio ma neanche lui sa fare il miracolo. Le strade del signore sono finite.

JUNG NON VUOLE CURARE?

Non possiamo strappare gli altri al loro destino, è inutile.
«…..è molto importante che il medico non voglia guarire a tutti i costi.
Dobbiamo essere estremamente attenti a non imporre al paziente la nostra volontà e le nostre convinzioni. Dobbiamo lasciargli un certo margine di libertà.
Non si può strappare la gente al proprio destino, così come in medicina non si può guarire un malato se la natura vuole farlo morire.
Talvolta è veramente problematico se sia lecito salvare un uomo dal destino che deve affrontare, perché possa svilupparsi ulteriormente.
Non si può impedire a certe persone di commettere terribili assurdità perché fa parte della loro natura.
Se io mi intrometto, loro non hanno alcun merito. Il nostro sviluppo psicologico può veramente progredire soltanto se ci accettiamo quali siamo e se viviamo con il necessario impegno la vita che ci è stata affidata.
I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppo.
Se, dopo aver sentito qualcosa che avrebbe potuto cambiare il suo punto di vista, un uomo se ne va e non ne tiene alcun conto, io non lo richiamo indietro.
Potrete accusarmi di non comportarmi cristianamente, ma non m’importa.
Io sto dalla parte della natura.
L’antico libro di saggezza cinese dice:
«Il Maestro ha parlato una sola volta. Egli non corre dietro alle persone, non serve a nulla. Coloro che devono capire – perché è questo il loro destino – capiranno, e gli altri non capiranno.»
Perciò io non insisto mai su una mia affermazione. Potete accettarla, ma se non lo fate, va bene lo stesso.»
Jung fatalista? Evita di cambiare una situazione perchè crede che le persone abbiano un destino già scritto? Al pari di coloro che credono che Dio aggiusterà tutte le cose e poi si ritrovano a stare peggio di prima. Ma come si fa a non voler agire davanti ad un dolore espresso chiaramente o sottinteso?

AGGRESSIVITÀ COME DIFESA

L’aggressività è sempre una difesa. Spesso quello che si intende difendere è il proprio vuoto di valori, la propria disperata solitudine da riempire con un nemico a cui si attribuiscono tutti i mali di cui si soffre noi stessi. Così succede che si cercano alleanze, non tanto per dei valori (che non esistono o che sono troppo deboli per costituire un vero appoggio) piuttosto le alleanze servono a sentirsi parte di qualcosa, confortati dal gruppo, forti dell’energia che l’aggregazione sembra procurarci. Le ideologie fanatiche e violente hanno tutte questa caratteristica; i valori che propugnano si basano principalmente sull’obbedienza cieca e sulla distruzione di un nemico che non si conforma al proprio credo. Se questo nemico non c’è, allora si crea esasperando la propria ideologia in un’interpretazione aberrata dei suoi dettati, tanto da rendere doverosa ogni violenza verbale e fisica contro chi non la pensa come noi. Ne sono un esempio molte religioni da cui non si è salvato nemmeno il Cristianesimo. Ma si estende anche alla vita di tutti i giorni e perfino alle innocenti discussioni che si possono avere in qualunque ambiente sociale. Se ci fate caso quando le proprie argomentazioni sono messe alla prova e ne emergono gli errori ideali, le persone intelligenti tacciono, quelle stupide, invece, iniziano a deviare i discorsi anche solo tentando di ricolizzare l’interlocutore o peggio aggredendolo verbalmente. In questo modo l’aggressività diventa l’unico sistema di difesa per nascondere il proprio vuoto e la propria debolezza. Così facendo il nostro sistema di difesa è anche la nostra sconfitta: abbiamo già perso in partenza perché abbiamo intrapreso una lotta senza avere nessun strumento per farlo se non quella violenza che premia solo la stupidità su cui è basata.