LA FINE DEL PENSIERO PROFANO

( To Max)

Fino alla terra dei sensi,

immutata fal tuo volere

o trasformata da Circe in Nausicaa.

Si pone il confronto

tra il tuo volere e il mio comando.

Poni questa museruola sulla mia bocca

ma vuoi sentirmi parlare.

È uno scontro alla pari

e sai che non giacerò mai a terra, ai tuoi piedi.

Non sarò mai una schiava.

E mi afferri per vincere questa sfida.

Ti tortura la mente che io sia, più di altre,

perfida.

I tuoi occhi rimangono a guardarmi

mentre distruggo la corsa del tempo:

una sessione mai iniziata.

Io sono immobile mentre tu agguanti, afferri e possiedi.

Il mio cuore è alabastro.

Scuoti e agiti ma non viene fuori nessun battito.

Ammiri la mia perfezione

come un pittore che cerca l’anima

dentro una statua di cera.

Gocce sono cadute dal tuo cervello

e le ho leccate per farti capire

che sei di mio gusto.

Ma un collare no, non potrei mai portarlo.

IL COLLEGA INNAMORATO

In questi giorni di ponte mi sono riposata solo oggi, un po’.  Ieri sera sono uscita e mi sono innervosita perché 1) il mio collega continuava a spostarsi e mi dava sempre un luogo diverso in cui raggiungerlo e 2) non ho trovato un buco d parcheggio. Alla fine siamo direttamente scesi “alla spiaggia” e siamo stati in un bar. Lui ha incontrato una sua conoscente che studia una cosa tipo antropologia del mediterraneo e sono stati a parlare di antropologia per una mezz’oretta buona. Io mi sono sentita piccola perché mi sarebbe piaciuto partecipare alla conversazione ma non ho le conoscenze. Ho invidiato il mio collega per la curiosità che ha nel voler documentarsi e imparare. Io sento che la mia, di curiosità, sia ormai sopita da un po’.

Ho bevuto ben due calici di vino e stamattina mi sono svegliata con la bocca impastata. Che vecchia.

Avrei voluto passare questi giorni a leggere, ma ho dovuto fare cento cose e la sera sono arrivata stanca. Stasera mi faccio una tisana, una doccia calda e cerco di leggere.

Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentita indifesa e allo stesso tempo sopraffatta dal senso di responsabilità. Mi sono anche sentita in colpa per aver provato queste sensazioni perché ci sono persone che ne hanno ancora di più e di più importanti. Egoisticamente ho daydreamato una carezza e un abbraccio di supporto e coraggio, li avrei voluti tantissimo, ma tant’è.

Domani ritorno in ufficio, cercherò di mettere a tacere questi pensieri e concentrarmi senza badare a quello che non ho e che vorrei. Dovrò anche essere carina perché avremo un ospite e i capi ci tengono al modo di presentarsi, fedeli al campo in cui lavorano. Mi truccherò un pochino, indosserò una delle mie diverse happy faces e via.

Stavo per addormentarmi quando mi arriva il messaggio del mio collega: ” Vorrei invitarti a cena per San Valentino. Oggi non ho avuto il coraggio di dirtelo ma provo qualcosa di forte per te. “

Mi sono alzata dal letto. Sono andata in bagno. Ho controllato Isotta e poi ho bevuto mezza bottiglia di Santero azzurro. Dovrei accettare l’invito?

LE CROSTICINE DELLA MIA CAGNOLINA

La giornata era iniziata benino, mi sono fatta anche la tinta per coprire i capelli bianchi! Sono uscita con Isotta per ben tre volte e ha camminato bene. Nel tardo pomeriggio mi sono preparata il pranzo per domani e ho pulito il bagno. Ho detto a mio padre “controlla Isotta”, lui si è distratto, lei si è leccata la ferita e ha un po’ di sangue che le esce ma per fortuna i punti sono ancora lì. Mio padre dice che si è leccata solo le croste, ma se domani vedo che ancora le esce il sangue la porto dal veterinario. Mi sono agitata parecchio perché nelle ultime due settimane ho vissuto in funzione di lei, l’ho curata, l’ho controllata e ho gioito dei suoi progressi. Ora, per un attimo di distrazione si è rovinato non tutto ma qualcosa è questa cosa mi ha dato fastidio, tantissimo, perché sento che tutto il peso è addosso a me, che la responsabilità di quello che fa è mia, la responsabilità di tutto è mia, non mi posso rilassare mai perché se abbasso la guardia succede sempre qualcosa e io non ce la faccio più. Sembra una cosa stupida ma avrei voluto piangere tantissimo per scaricare via buona parte del nervosismo che ho dentro invece, no. Non posso permettermelo perché poi “eh ma perché piangi” “eh ma sono solo le crosticine calmati” “non puoi piangere per una cazzata così” “tra qualche anno quando avrai problemi più grandi cosa farai”. Quindi doccia in silenzio.

MULTIPLAEGO

( to Max)

Sei in standby.

Hai avuto ragione, ero fuori di me.

Ogni parola segnata sulla pelle.

Tu sei un Padrone presuntuoso, sfacciato.

Io ho il cuore antigelo.

Voglie e sogni non ne conosco.

Spoglie di ferro delle mie ali

si sono scomposte.

Passi di marmo, passi miei,

dentro cimiteri del mio passato.

Angeli muti e tu solo vivo.

Io morta, risorta, rimorta, risuscitata, ricreata.

PLAY THE GAME NOW!

LA DINAMICA DEL COMANDO

Schiavo/a e Padrone/a. Ora cosa definisce questa dinamica tra queste due figure? Io credo una sola cosa il potere, quanto al primo non ne ha alcuno, quanto al secondo lo possiede invece in toto. Il mondo è pieno di rapporti di questo genere ad iniziare dalla famiglia: il padre padrone… per passare ai luoghi di lavoro in cui domina la gerarchia o allo sfruttamento disumano degli immigrati trattati come veri e propri schiavi; alla scuola in cui domina il potere dei docenti o il bullismo dei coetanei; alla società in generale che è poi una fabbrica di schiavi ed il cui scopo sottile è proprio quello di circondarsi il più possibile di una popolazione di sottomessi, Ora, ognuna di queste situazioni non è affatto un gioco, ma genera sofferenza, frustrazione, umiliazione. Nessuno che sta sotto, in una delle condizioni sopracitate, la sera torna a casa e si masturba dopo le angherie subite ma sogna solo la possibilità di liberarsi da tale giogo. Proprio perché il perno di tutto questo è la mancanza di libertà o di proprio libero arbitrio. Tutto viene deciso da altri. E tu in quanto sottomesso sei costretto solo a subire. Il BDSM secondo me non dovrebbe fare eccezione; mi fa sorridere il pensiero di due persone, che si definiscono una slave e una mistress e che si mettono d’accordo su ciò che piace o non piace ad uno o all’altro. Che lo slave debba essere premiato con l’orgasmo finale. Premiato? Nessuno schiavo veniva mai premiato, il premio non è contemplato, esiste solo la sensazione dello sfruttamento e dell’umiliazione che ti porti dentro 24h ore al giorno e che non finisce per un semplice footjob o handjob. Ma continua perché lo slave sa che sono condizioni infernali, che può essere frustato, percosso, umiliato, etc ma di certo non per suo diletto, abusato (se non lui sua moglie o i suoi figli) ma di certo non su sua richiesta. Il vero slave secondo me dovrebbe avere il coraggio di non ambire a premi, di non dettare condizioni, di dire non ciò che gli piace ma quello che non gli piace, ciò che lo intimorisce o addirittura lo terrorizza per sottomettersi unicamente alla paura. La paura è una delle emozioni più forti che esistono. La più atavica. La più memorabile. E sì, ha il suo prezzo. Va pagata, anche a caro prezzo, perché in sé ha il potere di lasciare il segno nella vostra mente, ha il potere di farvi superare limiti che mai avremmo pensato. Ha il potere di educare. In un mondo dove prevale presunzione senza meriti e maleducazione sconfinata. Un bel gioco dura poco e lascia il tempo che trova. Giocare di meno ma rischiare di più rimane invece nel tempo.

INFLESSIBILE

Non ho stima e ho anche smesso di provare affetto per le persone inflessibili. Non provo più tenerezza per i “punti d’onore”, le “questioni di principio”, i “fatti di coerenza”. Non riesco nemmeno a rintracciare alcun sentimento reale in chi non fluisce e non lascia fluire, in chi non tenta di capire le infinite variabili della differenza e le accetta come un dono o, almeno, uno stimolo ad aprirsi a una bellezza che non ha solo la forma che vogliamo noi. I nostri sentimenti hanno senso solo se smettono di essere la misura di tutto ciò che avviene e cominciano ad essere lo spazio entro cui tutto avviene.
E quindi un ovvio ciao a razzisti e fascisti di ogni ordine e grado, consapevoli e inconsapevoli, ma anche un ciao di cuore ai semplici pesantoni. Senza rancore.
[Ora la attribuisco a Meryl Streep o, anche meglio, a quel sant’omo de Keanu Reeves, così nessuno me dice niente]

NON FARMI CADERE MAI

( To Max)

Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? Curiosità, interesse o noia? Voglia di provare qualcosa di diverso. Volevamo comunque buttarci in qualcosa di ignoto, perché ad entrambi mancava qualcosa, avevamo perso tanto, o semplicemente avevamo smesso di credere in quel qualcosa? Pieni di paura, entrambi separati, avvinghiati nei propri angoli bui a piangersi addosso per qualcosa. C’era chi versava tante lacrime e chi non ne aveva nemmeno un goccio o almeno così credeva. Sembravamo tipo un sinonimo di debolezza e il contrario di tale. Tu eri troppo dolce e gentile per macchiarti del peccato di conoscermi, eppure hai deciso di sporcarti le mani e rischiare di inquinare la tua natura con una macchia indelebile. Avevamo trascorsi differenti, dolori diversi ma non troppo da non potersi comprendere. Cullati dalle sensazioni, iniziammo a ballare, passo dopo passo mi insegnavi a muovermi nella danza dell’amore. Ero irrigidita ma mi facevo guidare ad occhi chiusi, fiduciosa nel fatto che non sarei caduta. E tu, eri cauto ma mi guidavi senza distogliere lo sguardo da me. Avendo premura nel fatto di non farmi cadere, mai.

ERA SEMPRE MEZZANOTTE


“Tutti i nostri incontri si sono svolti nel segno affannoso della zucca,  perchè anche alle sei del pomeriggio o alle undici e un quarto di mattina mancava sempre un minuto a mezzanotte.”

Anni fa leggevo per la prima volta queste poche righe, fin da subito le ho scoperte perfettamente su misura, dolorosamente e irrinunciabilmente calzanti.  Ci sono canzoni che ascolti o film che guardi e a distanza di anni ti appaiono come nuove pagine e pellicole, occhi invecchiati riconsegnano nuovi significati. Ciò che era stato quell’accordo, in quel momento, è solo un affettuoso ricordo, un voltarsi e rivedersi, così marcatamente cambiati.
Non è questo il caso. Come ieri, oggi. Non ho ancora deciso se sia mortificante la prospettiva di un eterno ricorso o se il conservare invariate primitive sensazioni possa essere in qualche modo un vanto.  Un rincuorante ritrovarsi emotivamente invariati. L’esperienza aiuta dunque a realizzare che se dovessi tornare indietro rifarei esattamente la stessa cosa.
Era tutto così violento e compromettente. Ogni sguardo una prima volta, le parole sbagliate, la rabbia indubbiamente oltre misura, la gelosia ritmicamente presente, l’entusiasmo sempre quello del primo mattino. Meglio non concedere al fallimento troppo vantaggio.
Ieri, una bellissima mostra. Non sono mai stata particolarmente rapita dalla tela.  Probabilmente perche non sono mai d’accordo con quello che si presuppone volesse comunicare l’autore. La mia polemica è genetica, tollero poco il prestabilito e digerisco male l’univoco. Allora ho dipinto me stessa. Ho pensato che vorrei essere colorata come un quadro di Matisse e imparare a guardare gli altri con l’occhio ironico di Mirò. Scompormi e poi consapevolmente ricompormi come faceva Francis Bacon e saper curare i dettagli come il più metodico pittore fiammingo, e poi viaggiare continuamente come Gauguin, innamorami e volare via, come in un quadro di Chagall. Decisamente meno astratta di un Kandinsky ma possibilmente meno prevedibile di Daumier, rivoluzionaria come Delacroix e romantica come Hayez. 
Anche se per adesso mi sento più come un fontana, assolutamente incapace di comunicare.
Ora togliamoci di dosso tutto questo tempo. Scrolliamo via i condizionali e abbandoniamo i congiuntivi, dipingiamo l’oggi con un convinto presente.

COLORBLINDNESS

Viene chiamato “colorblindness” (letteralmente: cecità ai colori) l’atteggiamento di chi sostiene di non vedere le differenze tra le persone o comunque di non volerle prendere in considerazione. “Bianco, nero, uomo, donna… per me non fa differenza! Anzi, è continuando a sottolinearle che si porta avanti una discriminazione!”. Forse ci sarà capitato di sentire frasi simili e/o di dirle. Di solito chi le dice ha delle buone intenzioni, vuole fare capire all’interlocutore di non essere una persona che giudica dalle apparenze. Purtroppo però, le buone intenzioni non sono sempre sufficienti. Chi dice di non vedere le diversità spesso lo dice perché è nella posizione privilegiata di poterle ignorare, il problema è che le diversità non scompaiono solo perché qualcuno dice di non vederle, così come non scompare la discriminazione. E l’unico modo per poter fare qualcosa e dare una mano, specie se si è in una posizione di privilegio, è rendersi conto che invece quelle differenze ci sono eccome. La soluzione non può essere dire che la diversità non esiste, la soluzione passa prima dalla conferma dell’esistenza delle differenze e poi dalla convinzione che le differenze non possano essere usate come giustificazione per una discriminazione (e soprattutto che diverso non è sinonimo di inferiore). Qualunque persona facente parte di una minoranza (+ le donne, che sono l’unica maggioranza trattata come minoranza) vi dirà che le differenze ci sono eccome ed è anche ignorandole anziché farsene carico scoprendo i propri bias che le discriminazioni continuano. Io sono quella che sono anche per ciò che mi differenzia da chi è più privilegiato, io vengo discriminata proprio per il mio essere differente. E sono diversa in quanto donna, in un mondo che ha il maschile come standard. Ma lo standard è anche bianco, della classe media, abile, con un corpo conforme… Possiamo dire quindi che, a parte il mio genere, per il resto incarno il privilegio. Di che utilità potrò mai essere per le altre persone, dicendo che “io non vedo le differenze”? Con che coraggio posso dire alla mia amica nera che mi racconta episodi di razzismo subito che “guarda che siamo tutti uguali, sei tu che sottolineando la differenza fai più danni che altro”? Con quale faccia posso andare dalla mia amica con un corpo grasso che è stata bullizzata perché occupava “troppo spazio” sul sedile che “i corpi sono tutti uguali, per me esistono solo le persone”? Le differenze vanno affermate e rispettate, non negate. Perché come possiamo pensare di progredire come società, se scegliamo di non vedere ciò che sta alla base delle ingiustizie? La prossima volta che, in buona fede, ci verrà da fare un ragionamento del genere, fermiamoci un secondo a pensare: è questa la cosa più utile che posso dire? È questo l’atteggiamento più utile che posso avere? PS Quando diciamo diverso… intendiamo diverso da cosa? Chi decide lo standard?