LE CROSTICINE DELLA MIA CAGNOLINA

La giornata era iniziata benino, mi sono fatta anche la tinta per coprire i capelli bianchi! Sono uscita con Isotta per ben tre volte e ha camminato bene. Nel tardo pomeriggio mi sono preparata il pranzo per domani e ho pulito il bagno. Ho detto a mio padre “controlla Isotta”, lui si è distratto, lei si è leccata la ferita e ha un po’ di sangue che le esce ma per fortuna i punti sono ancora lì. Mio padre dice che si è leccata solo le croste, ma se domani vedo che ancora le esce il sangue la porto dal veterinario. Mi sono agitata parecchio perché nelle ultime due settimane ho vissuto in funzione di lei, l’ho curata, l’ho controllata e ho gioito dei suoi progressi. Ora, per un attimo di distrazione si è rovinato non tutto ma qualcosa è questa cosa mi ha dato fastidio, tantissimo, perché sento che tutto il peso è addosso a me, che la responsabilità di quello che fa è mia, la responsabilità di tutto è mia, non mi posso rilassare mai perché se abbasso la guardia succede sempre qualcosa e io non ce la faccio più. Sembra una cosa stupida ma avrei voluto piangere tantissimo per scaricare via buona parte del nervosismo che ho dentro invece, no. Non posso permettermelo perché poi “eh ma perché piangi” “eh ma sono solo le crosticine calmati” “non puoi piangere per una cazzata così” “tra qualche anno quando avrai problemi più grandi cosa farai”. Quindi doccia in silenzio.

INFLESSIBILE

Non ho stima e ho anche smesso di provare affetto per le persone inflessibili. Non provo più tenerezza per i “punti d’onore”, le “questioni di principio”, i “fatti di coerenza”. Non riesco nemmeno a rintracciare alcun sentimento reale in chi non fluisce e non lascia fluire, in chi non tenta di capire le infinite variabili della differenza e le accetta come un dono o, almeno, uno stimolo ad aprirsi a una bellezza che non ha solo la forma che vogliamo noi. I nostri sentimenti hanno senso solo se smettono di essere la misura di tutto ciò che avviene e cominciano ad essere lo spazio entro cui tutto avviene.
E quindi un ovvio ciao a razzisti e fascisti di ogni ordine e grado, consapevoli e inconsapevoli, ma anche un ciao di cuore ai semplici pesantoni. Senza rancore.
[Ora la attribuisco a Meryl Streep o, anche meglio, a quel sant’omo de Keanu Reeves, così nessuno me dice niente]

COLORBLINDNESS

Viene chiamato “colorblindness” (letteralmente: cecità ai colori) l’atteggiamento di chi sostiene di non vedere le differenze tra le persone o comunque di non volerle prendere in considerazione. “Bianco, nero, uomo, donna… per me non fa differenza! Anzi, è continuando a sottolinearle che si porta avanti una discriminazione!”. Forse ci sarà capitato di sentire frasi simili e/o di dirle. Di solito chi le dice ha delle buone intenzioni, vuole fare capire all’interlocutore di non essere una persona che giudica dalle apparenze. Purtroppo però, le buone intenzioni non sono sempre sufficienti. Chi dice di non vedere le diversità spesso lo dice perché è nella posizione privilegiata di poterle ignorare, il problema è che le diversità non scompaiono solo perché qualcuno dice di non vederle, così come non scompare la discriminazione. E l’unico modo per poter fare qualcosa e dare una mano, specie se si è in una posizione di privilegio, è rendersi conto che invece quelle differenze ci sono eccome. La soluzione non può essere dire che la diversità non esiste, la soluzione passa prima dalla conferma dell’esistenza delle differenze e poi dalla convinzione che le differenze non possano essere usate come giustificazione per una discriminazione (e soprattutto che diverso non è sinonimo di inferiore). Qualunque persona facente parte di una minoranza (+ le donne, che sono l’unica maggioranza trattata come minoranza) vi dirà che le differenze ci sono eccome ed è anche ignorandole anziché farsene carico scoprendo i propri bias che le discriminazioni continuano. Io sono quella che sono anche per ciò che mi differenzia da chi è più privilegiato, io vengo discriminata proprio per il mio essere differente. E sono diversa in quanto donna, in un mondo che ha il maschile come standard. Ma lo standard è anche bianco, della classe media, abile, con un corpo conforme… Possiamo dire quindi che, a parte il mio genere, per il resto incarno il privilegio. Di che utilità potrò mai essere per le altre persone, dicendo che “io non vedo le differenze”? Con che coraggio posso dire alla mia amica nera che mi racconta episodi di razzismo subito che “guarda che siamo tutti uguali, sei tu che sottolineando la differenza fai più danni che altro”? Con quale faccia posso andare dalla mia amica con un corpo grasso che è stata bullizzata perché occupava “troppo spazio” sul sedile che “i corpi sono tutti uguali, per me esistono solo le persone”? Le differenze vanno affermate e rispettate, non negate. Perché come possiamo pensare di progredire come società, se scegliamo di non vedere ciò che sta alla base delle ingiustizie? La prossima volta che, in buona fede, ci verrà da fare un ragionamento del genere, fermiamoci un secondo a pensare: è questa la cosa più utile che posso dire? È questo l’atteggiamento più utile che posso avere? PS Quando diciamo diverso… intendiamo diverso da cosa? Chi decide lo standard?

ZOLLA

La solitudine non ammette solo la memoria come sua interlocutrice. Essa chiama, con le sua mani ossute, anche progetti di potenziali dighe che contengano il maroso del passato e lascino fluire mollemente il limo delle occasioni, del divenire carne e organi vivi di un futuro ricco di segni esclamativi che urlino Anche io esisto, qui, in questo deserto in mezzo a voi.
La solitudine è un rattrappirsi da atleta per spiccare il balzo supremo e conquistare il vento appeso all’albero del calcinculo. Una frescura che dura il tempo d’un sospiro e che faccia sognare foreste pluviali in cui uccelli tropicali cantano accompagnando la tua danza. Di quei sogni, che durano il tempo d’una bolla, vivo.
In questo divenire potenziale accendo incensi e bevo tè al gelsomino. Scrivo. Immagino mondi devastati e infinita compassione per ogni essere che nutrendosi, copulando, defecando, si ribella alla fredda, morta, crosta della Terra e delle stelle. Adesso i miei muscoli sono tutti raccolti in un gesto, la mia lingua freme per dichiararsi sconfitta e peccatrice e chiamare a raccolta tutti gli sconfitti e i peccatori che vogliano spendere un po’ del loro sacro tempo intorno a una zolla ricolma di buone intenzioni e naturalmente di stelle splendenti.

ESSERE GENTILI

Mi è bastato davvero poco per capire che non bisogna giudicare le persone che incrociamo per la nostra strada. Mi è bastato poco per capire che è più bello, più terapeutico trattare le persone alla tua pari, senza snobismo e/o pregiudizi vani. Ho capito che molte persone sono insicure, timide e stanche dei pregiudizi costanti delle persone cattive e superficiali che lanciano le loro parole taglienti, credendodi non ferire nessuno. Alcune volte bisogna solo essere gentili con l’altro e non fare sentire nessuno a disagio, ma provando a mettere chiunque a proprio agio, trattando la persona che abbiamo di fronte alla nostra pari. Nessuno è migliore o peggiore di noi. Siamo solo noi a decidere il potere e l’importanza che diamo all’altro. Alcune volte ne diamo troppo. Altre volte forse, troppo poco. Dovremo imparare a rispettare l’altro, senza pregiudizi o giudizi affrettati data solo dall’ingannevole “prima impressione”. L’esperienza che vi cito, (trattasi di un’esperienza personale), dove io stessa trattando una persona non molto integrata nei gruppi universitari, ho provato, secondo le mie capacità, ad aiutarla e mi sono resa conto di quanto sia bello vedere che l’altra persona si sente accettata e capita, per una buona volta. Dovremo solo essere più gentili.

LA GENTE SENZA SOGNI

La gente senza sogni è pericolosa.
Avanza nella giungla della vita come robot pre impostati.
Scuola, lavoro, famiglia.
Scuola, lavoro, famiglia.
Scuola, lavoro, famiglia.
“Monotonia imposta dalla società.” dicono.
In realtà, se la impongono da soli, perché non hanno la minima idea di ciò che vorrebbero fare.
Non hanno un sogno da raggiungere.
Non hanno obbiettivi imposti dal cuore.
Avanzano come pupazzi.
E noi, piccoli sognatori, ci ritroviamo emarginati.
Ci tarpano le ali.
Ci impedisco di spiccare il volo.
Perché, in fondo, a loro non piace vedere come noi aspiriamo a qualcosa così intensamente.
Un piccolo sogno, deposto infondo al cuore. Che curiamo con tanto amore e proteggiamo dalle avversità.
Un sogno che abbiamo volutamente deciso di non tenere nel cassetto, ma di tenere nel cuore, di coltivarlo, lottando contro tutta questa società che tenta di zittirci, che tenta di distruggere questi nostri sogni.
“Perdi tempo, devi cercare un lavoro vero.”
Più vero di un lavoro che senti dentro cosa c’è?
Solo perché voi avete una vita triste e vuota, non significa che debba averla anche io.

IL MALE CONTAGIOSO

La monaca di Monza de I Promessi Sposi è un personaggio indimenticabile. La mia insegnante di Italiano del ginnasio diceva che “la sua storia è un susseguirsi di Sì estorti e di No mai pronunciati”. Non l’ho più dimenticata, l’umanissima Gertrude. Sopraffazione, dolore, orgoglio, pietà: nel suo “romanzo nel romanzo” risiedeva una lezione, da subito rappresasi nelle parole a effetto della Professoressa Bartoli.
Ho imparato presto che il male, come il bene, è per natura contagioso e, spesso, siamo carnefici senza avvedercene: vittime in principio, ci ritroviamo a proiettare all’esterno il male di cui siamo stati oggetto. A volte esso mantiene la sua qualità originaria, altre volte, insidioso, muta forma ed è più difficile smascherarlo.
Per questa ragione mi alleno a sondare me stessa, provando sempre, non senza fatica, a gettare una luce sul carnefice ‘secondario’ che abita in me. Poi provo anche a tenere accesa la compassione per chi mi ferisce, perché il male di cui mi penso destinataria ha spesso un’origine antica, di cui i miei aguzzini sono solo in parte (spesso anche buona parte, ovvio) responsabili, vittime loro stessi di un’offesa che non ha incontrato l’argine di una ‘equipaggiata’ equanimità.
Si dice che la cultura sia ciò che resta nella memoria quando hai dimenticato tutto. Allora, in mezzo al poco che ormai trattengo degli studi giovanili, intrecciato alla mia storia e spesso culminato in qualcosa di nuovo, posso chiamare cultura l’aspirazione a contenere il male con la forza della grazia. In tutta onestà, non mi pare poco.

IL BOTTA E RISPOSTA

Vedo e sento spesso, anche da amiche questa frustrazione ed ansia, paranoia, chiamatela come volete, verso le conversazioni in cui non c’è un botta e risposta immediato. Questa cosa la trovo veramente assurda oltre che dannosa e non capisco quest’apprensione e questa smania di ricevere subito, costantemente e h24 parole e frasi, anche al fine di non far chiudere o terminare una conversazione. Tutto ciò è folle! (Prendetevi due minuti per pensarci)
È come se il numero di quei messaggi diventasse più importante della persona con cui si sta parlando. Ma soprattutto c’è del contenuto? Quanto di ciò che si dice in tutte quelle parole è interessante ? Perché farlo diventare per forza una routine?
Sono d’accordo sul Ghosting, ok quello è a parer mio maleducazione e mancanza di un paio di palle (e vale per ogni genere) ma se invece si sta parlando tra persone civili e con cervello, perché trasformare sempre tutto in qualcosa di melodrammatico? Perché giungere a conclusioni basandoci su un online od un “mi ha risposto dopo sei ore” ?
Uno non può semplicemente aver altre cose da fare? O magari la voglia, il tempo, l’umore non coincidono in quel giorno x ….ci sono davvero infinite variabili e come dico sempre non è certo una conversione nostop a far capire quanto una persona tenga. Se una persona ha piacere anche solo di scambiare due parole, amicizia od altro che sia, un messaggio te lo scriverà, un modo lo si trova e se vuole essere “presente” nella tua vita, nel tempo, il contatto rimane a prescindere dalla quantità e dalla frequenza con cui ci si scrive. Correggetemi se sbaglio, la mia è solo una riflessione fatta ad alta voce o meglio scritta pubblicamente!
Sono moltissime le domande che avrei e che ogni tanto quando sento o leggo discorsi di questo tipo la mia testa inizia a pensare, (probabilmente in maniera del tutto diversa)

I DEMONI NON SONO PERSONE

C’è chi pensa che divinità, angeli, demoni e altre entità siano reali ed esistenti e con una volontà propria. Insomma, come un “doppio” degli esseri umani (o per meglio dire, gli esseri umani sono un doppio delle entità disincarnate). Altri invece pensano che sia stata l’umanità, con il suo potere di volontà, a creare le entità divine o simili per come le conosciamo. Io non ho una risposta certa. Fatto stà che entrambe le ipotesi possono essere varie, perchè molti studiosi di esoterismo concordano con il ritere che l’uomo è un doppio degli dei, e ad essi deve tendere, innalzandosi sempre di più tramite l’arte della magia. Però è anche vero che l’umanità ha dentro di sè già il potenziale per essere dio. La volontà umana, se portata oltre ogni limite, rende qualcuno in grado di fare qualsiasi cosa, anche di creare. Ed è sempre studiata in esoterismo la teoria per cui le masse, pur non avendo capacità spirituali risvegliate, proprio perchè sono tante persone, riescono a creare prodigi, nel bene o nel male. Su questo si basano le religioni. Masse che pregano possono realmente cambiare il mondo. Ogni cuore crea un campo elettromagnetico di una certa potenza. Se mille persone pregano insieme, o centomila, o 1 milione, questa energia sarà molto forte.

ESSERE SE STESSI

Essere o credere di essere (che spesso equivale a fingere di essere)?
Non si tratta solo del dubbio amletico tra essere e non essere, cioè, tra vivere e morire, ma riguarda di più il significato e la concretezza che si vuole dare al proprio essere, cioè, alla propria vita.
In gioco, quindi, non è la vita in sé intesa come tempo cronologico, ma la sua autenticità che non si vive nel solo tempo dettato dalle lancette di un orologio, ma da tempi interiori che aprono orizzonti ben più vasti e senza tempo o, meglio, oltre di esso.
Si tratta di mettere in gioco non solo l’attendibilità del proprio essere, ma la sua verità. Ci vuole una certa dose di coraggio per nostrarsi come si è effettivamente, eppure, è proprio lo spogliarsi dalla finzione che rende più efficace la propria presenza anche nel tempo cronologico cui si dà origine.
Quante volte, invece, crediamo che nascondere le nostre fragilità, i limiti della nostra persona e personalità sia la soluzione per trovare il nostro posto in mezzo agli altri? Non è così, è un errore, ed è un errore grave.
Nascondere agli altri noi stessi diventa un nasconderlo anche a noi stessi e questo porta a un disconoscimento patologico che, nel tempo, ci obbligherà a non sapere più chi siamo in realtà.
Quale essere orribile crediamo di essere per fingere di essere altro da noi stessi? O, piuttosto, quello che interessa davvero al nostro essere è compiacere l’altro, chiunque altro, allo scopo di trarne vantaggio? Allora, non è forse peggiore quella creatura che forgiamo senza che abbia un’anima, la nostra anima?
Disconoscere sé stessi porta, infatti, all’adeguamento e adeguarsi induce alla standardizzazione dell’essere per cui quella che prevale non è l’uguaglianza (come diritto naturale) tra le persone, ma la loro comune piattezza.
Credere di essere altro da ciò che si è, o fingere di esserlo, promuove la disintegrazione del nostro essere e ne disfa l’essenza. Riconoscersi in sé stessi, darsi una possibilità di superare i propri limiti e amare le proprie fragilità rivela, invece, il coraggio di non arrendersi alla vanità e di non fare di sé stessi una merce per il miglior offerente.
C’è una cosa orribile di cui, purtroppo, si parla poco, ed è la vendita dei corpi; ma c’è un’altra cosa persino più orribile di cui non si parla affatto, ed è la vendita del pensiero.
Chi crede (o finge) di essere altro da ciò che è, si espone come sui banchi di un supermercato e diventa la vittima principale di un sistema che compra il pensiero dell’altro a proprio comodo dando in cambio un effimero e illusorio beneficio. Si tratta, però, di vittime consenzienti che scelgono di essere tutto al di fuori di ciò che sono pur di godere di attimi di finta visibilità.
Quanta miseria in questa scelta, quanta ignoranza (ma non di scuola) nel rinunciare alla verità pur di ricevere la sensazione di compiacere qualcuno. Così, si diventa massa standardizzata, gregge senza ideali, servi con le spalle prone.
I limiti e le fragilità delle persone, la loro fedeltà all’essenziale, la ricerca di condizioni di vita e di pensiero che colmino lo sfacelo del nonsenso, rendono più forti le persone “fragili” perchè vere e le mettono meglio in armonia con il significato della vita e dei vivi.
Cercare di conoscere sé stessi e non temere di mostrarsi per quello che si è, è forse la forma più democratica di condivisione dell’essere e di desiderio di conoscenza, dialogo, incontro, accoglienza.
È la fragilità che ci rende simili agli altri, il desiderio di rialzarsi dagli errori diventa il coraggio di guardare avanti con fierezza responsabile ed è questo ciò che ci rende comunità.