CI SI PUÒ LIBERARE DAL DOLORE?

Il “dolore” non è causato dal fato o da una divinità; né avviene per caso. Ha origine dentro di noi, dalla ricerca della felicità in ciò che è transitorio, spinti dalla sete, o brama , per ciò che non è soddisfacente. Si manifesta in tre forme: “brama di oggetti sensuali”; “brama di esistere”; “brama di annullare l’esistenza”. Per sperimentare l’emancipazione dal dolore , occorre lasciare andare l’attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevoli per cui ciò che è provvisorio è maggiormente desiderabile. Esiste un percorso di pratica da seguire per emanciparsi dal dolore. È il percorso spirituale da intraprendere per avvicinarsi al nirvana. Esso è detto il Nobile ottuplice sentiero. Retta Comprensione; Retta Motivazione Retta Parola; Retta Azione; Retta Vita Retto Sforzo; Retta Consapevolezza Retta Concentrazione. È un programma attentamente considerato di purificazione del pensiero, della parola e delle azioni che ha come risultato finale la totale cessazione dell’avidità e il conseguente sorgere dell’Illuminazione.

IL CAVALIERE SENZA DESTINO

La Belle Dame Sans Merci, ovvero la dama senza pietà.Il cavaliere racconta di come la sua sventura sia giunta il giorno in cui si è imbattuto in una misteriosa donna di grande bellezza e ”dagli occhi selvaggi”. La bella dama dichiara di essere figlia di una fata e di amarlo. Egli, soggiogato dalle sue profferte d’amore e dalla sua malìa, si fa condurre dai lei alla grotta degli elfi, dove si addormenta. Durante il sonno, il cavaliere ha una visione di pallidissimi principi e re che lo ammoniscono: ” Fuggi da lei, è la Dama senza pietà”. Ma ormai la Dama lo ha preso nella sua rete ed egli è in suo potere. Quando il cavaliere si sveglia, scopre di essere solo, di nuovo nel colle desolato, dove rimane ad attendere, vagando sconsolato.

DARE UN NOME ALLE COSE

Una volta mi disse che non era necessario dare sempre un nome alle cose, perchè le etichette spesso danno prurito come quelle delle magliette, che graffiano la schiena e allora devi tagliarle; al solito posto, sotto lo stesso cielo di sempre cercava di convincermi che una persona può allo stesso tempo esserci e anche non esserci, che certe cose puoi desiderarle ma anche odiarle fino a non volerle più.
Io la guardavo strana, perchè per me dare un nome a qualcosa voleva dire farla esistere davvero, darle una forma, una musica, sentire che c’era.
Solo anni dopo mi resi conto che, proprio come cercava di spiegarmi su quella panchina, i contorni sono mai così netti e le lettere da scegliere mai così chiare.
E allora meglio rinunciare a trovare un nome per tutto, una collocazione per ogni sentimento che si prova, per ogni sorriso che scappa fuori e non dovrebbe; meglio lasciar stare, non farci caso, non andare avanti.
Almeno quasi sempre.
Perchè ci sono nomi, nomi di posti dove sei stato, che sono scritti dentro con un inchiostro indelebile, posti dove a volte vorresti proprio tornare semplicemente chiudendo gli occhi. E mentre leggi un libro, mentri aspetti fermo al semafaro, mentre ordini una pizza te li ritrovi lì scritti, un giorno qualunque, in un tempo qualsiasi, e riportano indietro tutto e te lo mettono lì, davanti agli occhi, pezzo per pezzo, come se non fossero mai passati.
E all’inizio fai fatica perfino a leggerli, quei nomi lì.
Poi li riconosci, basta un attimo.
Perchè sono nomi di posti che continui ad abitare ancora. Anche se non lo vorresti.
Come il tavolino di un bar.
Una stanza.
Uno stagno.
Come una strada.
Una città antica nel nostro passato karmico.

IL CORAGGIO DI NON FERMARSI

È poesia quello spicchio di luna nel cielo e quel volto addormentato sul cuscino. È poesia il primo canto degli uccelli al mattino e la voce rauca che intona il suo primo buongiorno. È poesia lo sguardo, la voce e il canto. Poesia è la vita che vive poesia.
Tesso con le mie mani il tessuto della mia vita, ciascuno lo fa.
Ogni incrocio tra trama e ordito è una scelta nella quale si incastra il percorso del proprio ricamo e del proprio incanto.
Personale e unico è il disegno di questo arazzo, come tali sono anche i colori che ne armonizzano la spettro. Lo spessore del filo, la qualità, le caratteristiche che lo rendono segno indicano l’emozione e la cura del veder maturare l’impronta del proprio destino.
C’è una direzione e una rotta scritta in quel filo che diventa vita, c’è una trama e una storia in quel tessuto che prende consistenza tra le mani del mio cuore.
Quale il suo destino, quale la sua destinazione io non so, ma conosco la tenerezza della tessitura, il coraggio di non fermarsi, la pazienza di sciogliere i nodi di quel filo che spesso si ingarbuglia.
Il risultato è sempre un’opera d’arte. Che sia bella oppure brutta non dipende da chi la riceve ma da chi con il cuore dona.

IMPAURITI

il canarino è felice,
è nella sua gabbia,
il padrone gli fornisce cibo,
acqua e sicurezza,
che bella vita,
non deve preoccuparsi di nulla,
nemmeno della libertà,
perché devo rischiare là fuori?
pensa il canarino,
qui dentro ho tutto,
sono al sicuro tra gli umani.
Molti assomigliano al canarino,
vogliono essere al sicuro,
dotati di tutti i comfort,
amano la dipendenza,
sono servi volontari,
e sono impauriti dalla Libertà

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA MANCATO

Cose che capitano. Uscire dall’ufficio. Recarsi alla fermata della metropolitana. Aspettare. Salire sulla prima che passa. Stare in piedi in mezzo a tanta gente. Gente che suda. Gente che ti soffia sul collo. Gente vestita bene che non si lava. Gente che parla del tempo. Gente che sventola una rivista per rinfrescarsi e dice: “Ma siamo a Novembre o ad Agosto?”. E poi ci sono gli imprevisti. Il piccolo ritardo. La coincidenza persa. Il guasto che ti costringe a scendere. “Ci scusiamo per il disagio”. La metropolitana è fuori servizio. Bisogna prendere un mezzo sostitutivo. Sei circondato da troppi viaggiatori che vanno tutti nella stessa direzione. Cerchi di salire su un autobus. Ti dicono di non insistere perché le porte non si chiudono. Tranquilli, ne passa un altro tra dieci minuti. Eccolo. Niente da fare, non va dalle tue parti. L’ennesima attesa. L’ennesimo autobus. Questa volta sali. I ragazzi con lo zaino. Il caldo che ti scioglie. Il tizio che chiude il finestrino. Dice che gli spifferi gli fanno venire la broncopolmonite. Le litigate. Il mal di testa, Padre Pio che si toglie le bende e mostra a tutti le stimmate. Ah, no, è un’allucinazione. Torni alla realtà. Sei ancora in piedi, in mezzo alla folla pressata in un autobus, dopo una giornata estenuante di lavoro. Arriva la tua fermata. Scendi. Ti allontani dalla fermata come un automa. Raggiungi la tua abitazione, bevi un bicchiere di latte di cocco, butti giù un’integratore alimentare, prendi e ti stendi sul divano senza energie. Scegli uno dei tanti libri da finire.. Decidi che è arrivato il momento di rilassarti. Ma sei talmente stordita che fai confusione. Mescoli alcuni nomi, non ti ricordi bene la trama. Alla fine lo posi sul tavolino. Arriva il tuo gatto persiano e si struscia. Ma non puoi finire cosí la giornata,ti devi sfogare. Apri twitter e con indignazione scrivi: “È una vergogna. Non funziona niente. I mezzi pubblici fanno schifo. Per cosa paghiamo il canone Rai? Si sono rubati la partita”. Non ha senso, ma nessuno ci fa caso. Sono tutti stanchi. Ottieni 30 retweet sulla fiducia. Ti sei sfogata ma ora ti arrivano le ultime news: ONG. Salvini. Giorgia Meloni. Piantedosi che prende in mano la situazione. Ah no, è un’allucinazione. Sei stanca. Hai bisogno di riposo. Fin qui sono esattamente come te. Ho vissuto la tua stessa esperienza, ma magari tu eri in mezzo al traffico e hai visto Gesú e non Padre Pio ma neanche lui sa fare il miracolo. Le strade del signore sono finite.

IL PERCORSO DELLA VITA

Il percorso di ogni vita è sempre un “percursus “(dal latino ‘percurrere’, passare attraverso), uno spostamento in una direzione o l’altra, cioè, che non prevede il permanere a guardare lungo i confini latenti del tempo, ma di essere parte della propria vita e di ogni vita.
La vita è attraversata dalla nostra presenza, essa è prima e dopo di noi e il nostro percorrerla può nobilitarci nell’atto della comprensione e condivisione o, al contrario, abbrutirci nell’atto del rifiuto e dello svilimento del suo essere per noi e con noi, ma anche oltre di noi.
Forse, il mistero più bello e più delicato della vita è proprio nel non esserne i padroni pur dovendo padroneggiarla, ma affidatari di un dono prezioso e puro di cui essere riconoscenti, certo, ma soprattutto responsabili.
È come se qualcuno cui teniamo molto ci affidasse il suo oggetto più prezioso e caro, prezioso perché caro, affinché ne avessimo cura. Che senso avrebbe restituirlo al legittimo proprietario se lo abbiamo trascurato e ridotto a un lerciume? Come ci sentiremmo, o dovremmo, rispetto non solo all’oggetto vessato, ma alla persona tradita?
Avere cura della propria vita significa rispettare il compito nascosto nel nostro dono; invece, dimenticarcene o trascurarla significa tradire il dono, ma tradire anche sé stessi. La vita, infatti, non ci è estranea. Quella vita che percorriamo attraverso il tempo, le esperienze, gli incontri, le vicissitudini, è una vita che non muove solo dall’esterno il nostro corpo come se fossimo burattini appesi a un filo, ma che ci smuove e ci commuove anche, dall’interno.
Ogni istante del nostro percorso è una prova che non solo ci mette in gioco per verificare la nostra veridicità, ma che ci mette in relazione con gli altri per testare la nostra autenticità.
Per affrontare ciascuna prova ci vuole coraggio, naturalmente, ma ci vuole anche giudizio, cioè abilità di ponderazione e discernimento affinché la conseguenza della prova e il suo effetto non siano devastanti ma costruttivi.
Le prove quotidiane nella nostra vita non sono, quindi, come il filo spinato di cui circondarsi per difendersi o aggredire (dipende dal punto di osservazione, se dentro o fuori il recinto), ma sono occasioni per misurare la nostra coerenza, il nostro senso di responsabilità, la consapevolezza del valore di ciò che possediamo.
Certo, non ci si può aspettare che le prove che attraversiamo non diventino spesso un carico di cui è difficle sostenere il peso, ma anche conoscere le fragilità e le inquietudini che ci appartenono è una prova in sé da affrontare con coscienza e umiltà e dignità.
Quanto più la prova è complessa e ci mette continamente a rischio, tanto più il superarla è fonte di gioia e nutrimento per quel coraggio che subito sarà nuovamente messo in gioco per affrontare la prova successiva.
Non bisogna tacere il peso e il dolore di tante prove né tanto meno la soddisfazione per averle superate, ciò che conta di più, però, è che la comunicazione sia del dolore che della gioia non sia fine a sé stessa, a noi stessi, ma diventi motivo di condivisione e sostegno reciproco.
Nessuno è esente dalle prove della vita, ma tutti possiamo attraversare la nostra vita vivendola coerentemente e responsabilmente invece di cercare di sopravviverle soltanto.

USCIRE DI NOTTE

Mi piace interloquire con voi e volevo condividere una mia cosa. 
Esco spesso in piena notte, tanto come esco arrivano i gatti che non dormono mai, faccio qualche passo, osservo le stelle, di solito c’è un po’ di vento, sono nella natura/collina, quindi silenzio, poche luci, le stelle si vedono.
Sempre le stesse stelle leggermente spostate per il variare delle stagioni. 
Mi vorrei/mi proietto su stelle lontane, un pianeta tra le stelle delle Pleiadi, esisterebbe una notte li?
O tutto oltre il conosciuto e umanamente visibile.
Riesco a figurarmelo nella mente, i sistemi binari che dicono siano la norma, due soli, noi solo uno ne abbiamo.
Probabilmente per convenienza, due soli contrapposti non ci spettavano.
Il contratto diceva “sole uno e tenere bene il pianeta…”
É un vuotare i pensieri, farli vagare in cose obiettivamente e totalmente inutili, senza senso.
Pensare a cose senza senso è distogliere dal mio costante loop che è il mio essere.
Non metto in dubbio che ci sia un altro essere senziente li fuori che osserva il suo cielo notturno e pensa le stesse cose riferendosi a me quaggiù.
Magari deve distrarsi pure lui, staccare un attimo dal tornare al suo onnipresente presente.
A voi capita di cercare uno stacco dal normale percepire la realtà che ci circonda? ciò che immagino mi si figura nella mente, non mi crea difficoltà farlo, ma una simile immaginazione esclude qualsiasi altro processo in atto, ma poi comunque qui torno…

LASCIAR ANDARE

Questo è di nuovo un periodo in cui penso esageratamente al sesso con te. A quello che facevamo e a quello che potremmo ancora fare.
Va a ondate questa cosa. E a volte mi dispiace, perché siamo stati molto di più e molto altro e invece, a distanza di anni, ogni volta che ci ripensiamo, sembra che finiamo sempre per riuderre tutto a quello.
Eppure mi rileggo quel tuo “che ti farei”, scritto qualche mese fa, a commento di una foto che avevo messo qui sul blog e mi ricordo talmente bene il tuo tono animalesco nel dirmelo che mi sembra che tu me lo stia sussurrando all’orecchio adesso, magari in pubblico, come ti piaceva fare…
E ora come allora, immergendomi e ubriacandomi di questo ricordo quasi tangibile, mi si inumidiscono le mutandine…
E mi prende la voglia di accarezzarmi, prima solo sopra le mutandine, a sfiorarla appena, quella voglia inappagata, per poi rendermi conto che ho solo voglia di te, della tua bocca, della tua lingua, del modo in cui mi fai sentire schiava di questo desiderio violento che solo tu hai saputo soddisfare fino a scoparmi il cervello e all’improvviso sposto le mutandine e mi affondo due dita dentro, che scivolano immediatamente nel lago che si è fatto nel frattempo, ma non è lo stesso.
Non ci sei tu che mi sussurri porcate all’orecchio, non ci sei tu che mi imbarazzi, volontariamente, che mi costringi a pregarti di sbattermi, di farmi prendere il bocca il tuo splendido cazzo, di succhiartelo, in ginocchio, fino a tirarti via l’anima, no.

L’INCAVO DEL GOMITO

Ho imparato che la fretta non aiuta, mi incattivisce.
Che la corsa porta dietro con sè slogature e ferite.
Quando voglio anticipare, brucio i raccolti e mi devo affidare alle conserve degli anni precedenti.
Che il tutto e subito ha senso se poggia su solide basi costruire con amore, rispetto e comprensione.
Che quello che deve arrivare arriva sempre; anche dietro quella curva dove i giardinieri non hanno tagliato i giunchi che ostacolano la vista.
Sperare va bene, è di conforto, ma farsi bastare la speranza è rimanere immobili. Uno stato comatoso con punte febbrili devastanti.
Preferisco la malattia acuta, i brividi di freddo in piena estate. Ho necessità di affrontare le cose e non vederle passare accanto con invidia è brutto muso.
Ho aspettato anni e quando ho deciso di abolire il verbo, l’attesa si è resa testimone di un incontro significativo, vero. Adesso è mia amica, compagna di viaggio alle varie fermate che mi chiede la penna per le parole crociate.
Ha un così bel suono, un significato ancora più bello.
Ho atteso dodici mesi per avere di nuovo questo odore e la patina che l’accompagna.
Mi lecchi l’incavo del gomito, sì. Quello offerto in sacrificio all’attendente mio preferito.